Perlage d’Abruzzo

    Spumeggiante Trabocco

    In bianco e in rosé, lui è figlio delle sole uve autoctone, viene prodotto interamente in regione e resta fedele al metodo italiano. Nasce così Trabocco Spumante d’Abruzzo Doc, il nuovo marchio consortile, volto a valorizzare il vibrante genius loci di un territorio noto al mondo per i suoi “ragni di legno”

    Per logo ha un trabocco (stilizzato). Mentre il claim recita: le bollicine con il mare dentro. Giusto per esser chiari sin da subito, legando indissolubilmente una tipologia di vino a un territorio ben preciso, la cui costa teatina è puntellata da ben 23 trabocchi (tutti recuperati e sottratti al degrado). Eleggendoli a icone e iconemi di un’intera regione. Nasce così Trabocco Spumante d’Abruzzo Doc, il nuovo marchio indentitario, corale e collettivo voluto dal Consorzio Tutela Vini d’Abruzzo per valorizzare gli spumanti da vitigni autoctoni. Un processo lento, iniziato nel 2018 e culminato con la creazione del marchio consortile nel 2020 e con il relativo regolamento d’uso nel 2022. E ora pronto per essere comunicato e narrato su larga scala. Accendendo i riflettori su una terra dal microclima unico. Che in pochi chilometri va dal mare alla montagna, passando per 34mila ettari di vigneti. Che godono di forti escursioni termiche, di un’ottima insolazione e di una buona ventilazione.  

    Il trabocco: un icona e un iconema abruzzese

     

    Bollicine da uve indigene

    Ma attenzione. Per fregiarsi del nome Trabocco lo spumante deve tener fede a tre principi cardine: provenire da sole uve autoctone; essere lavorato e imbottigliato interamente in Abruzzo; e seguire il metodo italiano. Ossia la spumatizzazione in autoclave (il metodo Martinotti o charmat, per capirci). Un marchio collettivo volutamente rigoroso, restrittivo e circoscritto. Certo, perché già la Doc Abruzzo, nata nel lontano 2010, ha incluso sin da subito, in modo visionario, la tipologia spumante, prevedendone i possibili sviluppi. Però la Doc, oltreché comprendere sia il metodo classico sia il metodo italiano, consente anche l’utilizzo di vitigni internazionali. Mentre il nuovo marchio-progetto è verticale e puntuale, dando voce solo ed esclusivamente a loro: i vitigni indigeni. Il che significa pecorino (giunto in Italia con gli antichi coloni greci), passerina (deve il nome al fatto che i passeri vadano ghiotti dei suoi acini piccoli, polposi e succosi), montonico (dal grappolo grande e allungato, da sempre usato come uva da tavola), trebbiano d’Abruzzo (versatile e fautore di vini strutturati e longevi), cococciola (dall’acidità spiccata, per vini dalle nuance floreali, agrumate e a tratti erbacee) e Montepulciano (seconda varietà a bacca rossa più coltivata in Italia, dopo il sangiovese). “Stiamo cercando di implementare il sistema Abruzzo. Il marchio Trabocco fa infatti parte di un più ampio progetto. Questo è solo il primo passo. In seguito ci dedicheremo anche al metodo classico”, spiega Davide Acerra, responsabile comunicazione del consorzio. Del resto si sa, non è semplice fare ordine e fare rete. “Noi siamo una regione bianchista, ma fino agli anni Novanta il solo vitigno autoctono vinificato era il trebbiano. Degli altri se ne erano quasi perse le tracce. Quindi non è stato facile recuperare le altre uve e fare esperienza su quelle uve. Che ben si prestano alla spumantizzazione. Ma il potenziale c’è. E gli obiettivi sono alti. Per ora ci concentriamo sul mercato nazionale, poi vedremo”, continua Acerra. 

     

    “Le nostre uve sono naturalmente predisposte alla spumantizzazione e vi è ormai l’esigenza di portare sui mercati un prodotto totalmente abruzzese, realizzato con i nostri vitigni, vinificato e imbottigliato in regione e che porta con sé un nome estremamente identificativo”, spiega Alessandro Nicodemi presidente del Consorzio Tutela Vini d’Abruzzo.

    In alto, la costa abruzzese e i suoi trabocchi. In basso, la locandina del Trabocco Spumante d'Abruzzo Doc, un calice spumeggiante e il libro edito da Slow Food, con le belle immagini di Marco Varoli

     

    In bianco e in rosé

    Quattro per il momento le realtà vitivinicole che hanno aderito il progetto: Eredi Legonziano, Citra, Vin.Co e Casal Thaulero, con i loro spumanti in bianco e in rosé, brut ed extra dry. Ecco allora il Trabocco Pecorino e il Trabocco Passerina firmati Eredi Legonziano, comunità agricola con sede in quel di Lanciano. Snello e scattante il primo; più rotondo e polposo il secondo. Per poi passare a Voilà, un nome vibrante e dinamico che battezza ben due nettari di Casal Thaulero, cantina cooperativa di Ortona: il Trabocco Pecorino, fresco, sapido e croccante; e il Trabocco Rosé, da uve Montepulciano e dalle note di rosa, litchi, ciliegia e fragoline di bosco. Morbido e minerale, perfetto con il pesce. E figli dei vitigni pecorino e Montepulciano sono anche gli spumanti Aurae Stellae, siglati Citra, realtà vitivinicola che riunisce ben nove cantine sociali della provincia di Chieti. Intenso e balsamico, con sentori floreali di ginestra e acacia il Trabocco Pecorino; fragrante e armonioso il Trabocco Rosé. Senza dimenticare un altro consorzio di secondo livello come Vin.Co, specializzato nella produzione di spumanti da uve locali. “Abbiamo la fortuna di avere vigneti su tutto il territorio e su suoli differenti. E cerchiamo anche di fare zonazione per creare prodotti altamente performanti”, commenta l’enologo Gabriele Candeloro. Da qui il Venere Bio, cuvée di cococciola (all’87%) e di pecorino (per il 13%). Ideale a tutto pasto, con pietanze di mare, ma anche di carni bianche e verdure. Nonché il Trabocco Rosé, brioso e brillante. Che ben sposa le zuppe di pesce, i molluschi e la pizza. E ancora, il Trabocco Passerina e il Trabocco Pecorino. Un consiglio? Stappare un Trabocco e leggere un libro edito da Slow Food, con gli itinerari illustrati da Daniela Bracco e gli scatti suggestivi di Marco Varoli: Costa dei trabocchi - Il mare d’Abruzzo. Un tuffo nella biodiversità. Fra tradizioni culinarie, ricette, città, prodotti tipici e storie di comunità. Là, dove i “ragni di legno” tessono tele e trame di meraviglia. Con le loro grandi reti. 

     

    "Dall'estrema punta del promontorio destro, sopra un gruppo di scogli si protendeva un trabocco, una strana macchina da pesca, tutta composta di tavole e di travi, simili a un ragno colossale...", scrive Gabriele D'Annunzio nel Trionfo della Morte.

    T: Cristina Viggè

    21-07-2023

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