Escapismo contemporaneo

    Evasioni urbane

    Sentirsi in vacanza, restando in città. Immaginarsi su una spiaggia caraibica, in Costiera Amalfitana o persino in Baviera, non muovendosi da Milano. Tutto è possibile, grazie a qualche insegna visionaria e fuori dal coro

    Essere in un luogo e sentirsi esattamente da tutt’altra parte. Trovarsi qua e avere la sensazione di essere là, lontano. No, non è questione di teletrasporto. Tutto sta nel saper scegliere il locale giusto: quello che, sebbene posizionato in città, sia in grado di regalare ambienti alternativi, scenari immersivi e atmosfere evocative, talvolta persino esotiche. A Milano, ecco tre insegne capaci di far viaggiare mente e cuore. Anche solo sorseggiando un cocktail, assaporando un piatto di spaghetti o bevendo una birra. Rigorosamente bavarese.

    In alto, il Rita's Tiki Room e il Mai Tai, preparato con l'Appleton Estate 17 YO Legend. In basso, degustazione di Appleton Estate e Andrea Arcaini e Alessandro D'Alessio mentre preparano il Mai Tai

     

    In Polinesia (o in Giamaica) al Rita’s Tiki Room

    “Correvano gli anni Trenta. In America era il periodo del Proibizionismo. E lui, Ernest Raymond Beaumont Gantt, personaggio poliedrico e ricercatore straordinario, amava viaggiare fra Hawaii, Polinesia e Caraibi. Divenne un vero e proprio rum runner, ma pure un collezionista di mobili, persino per conto del cinema americano. Perché gli americani avevano bisogno di escapismo, di evasione dalla realtà. Ernest, poi noto come Donn Beach e fondatore di quei locali nati come Don’s Beachcomber e divenuti Don The Beachcomber (il primo fu aperto a Hollywood nel 1933, ndr), lo intuì sin da subito. Cambiando la miscelazione americana e lavorando sul Daiquiri. Perché il Daiquiri è il template della cultura caraibica. In una sorta di rum rhapsody. Donn preparava drink estremamente forti, come lo Zombie e pare che abbia spremuto un milione di lime”, spiega Edoardo Nono, ripercorrendo la genesi della cultura tiki, enfatizzata da un altro fuoriclasse come Victor Jules Bergeron, aka Trader Vic. Colui che nel 1944 non solo diede alla luce, ma diffuse e fece conoscere al mondo un cocktail quale il Mai Tai. Utilizzando un rum giamaicano molto speciale, dritto e verticale, pungente e complesso come il J. Wray & Nephew 17 Year Old, unito a succo di lime, orange curaçao e orzata homemade. Un cocktail naturalmente in lista al Rita’s Tiki Room di Milano, spin-off tropicale del celebre Rita & Cocktails (entrambi capitanati da mister Nono e madame Chiara Buzzi). Uno spazio allegro e vivace, tutto colori e tucani, legno e tavole da surf, pareti in cocco intrecciato e canoe sospese sul bancone, che in estate si arricchisce di un garden talmente esotico che par di stare in Polinesia. O in Giamaica. Sensazione amplificata assaggiando proprio il Mai Tai, realizzato dal barman Alessandro D’Alessio e dal bar manager Andrea Arcaini. In questo periodo addirittura in una versione mitica ed esclusiva, con l’Appleton Estate 17 YO Legend: assoluto tributo a quel J. Wray & Nephew 17 YO non più in commercio dal 1981. A ricrearlo? La master blender Joy Spence: consultando i manoscritti in archivio; partendo da quattro diverse tipologie di rum bianco, lasciate riposare in dieci botti ex bourbon; e utilizzando al 100% i pot still (alambicchi a distillazione discontinua). Un rum unico, realizzato in sole 1.500 bottiglie numerate, per un Mai Tai leggendario. Ma tanti sono i drink in carta, da abbinare a qualche pietanza “etnica” (la cucina si avvale della supervisione di Eugenio Roncoroni). Della serie, Susu Calamari (fritti con ananas e maionese al cumino), Miraflores Sticks (spring roll di gamberi, serviti con maionese spicy) e Maialino Kalua (ripieno di lemongrass e zenzero, con corredo di insalatina al sesamo). Da non perdere? L’Originale Tom Yum: zuppa thai con noodle di riso, crema di cocco, lemongrass, curry panang (poco piccante), calamari, gamberi e funghi. Di Milano rimane solo la vista sul Naviglio Grande.  

     

    Il Mai Tai mutua il nome dal quel “Maita’i roa a’e” - che in tahitiano significa il migliore, fuori dal mondo, pazzesco - esclamato da un ospite assaggiandolo.

    In alto, la terrazza e gli interni di Carmelina (in via Thaon di Revel). In basso, gli spaghetti alla Nerano e i paccheri alla positanese

     

    Walking on sunshine da Carmelina

    Praiano, Positano, Amalfi, Ischia, Procida. Così si legge sui gradini in via Thaon di Revel 5. Perché da Carmelina salire le scale è come camminare verso il sole e il mare della Costiera e delle isole che le stanno vicine. Per poi raggiungere la terrazza e sentirsi immersi nel giallo, nel verde e nell’azzurro di una delle zone più iconiche del Bel Paese. Sarà per il cannicciato che fa da copertura, lasciando intravvedere il cielo. Sarà per le piante che animano lo spazio. Sarà per le ceramiche di Vietri sul Mare che vestono i tavoli e che nutrono i piatti da portata. Sarà per i limoni di Rocca Imperiale igp. “Certo, perché i limoni stanno alla Costiera come Carmelina sta a Nanni”, spiega il deus ex machina dell’insegna Nanni Arbellini. Già legato a griffe come Pizzium, Crocca e Gelsomina, che guida con altri soci. E ancorato pure a progetti più personali, quali Felicetta (angolo parigino in via Vincenzo Monti, sempre a Milano) e Carmelina per l’appunto. Dove porta avanti, sempre con grinta ed energia, la baracca. “Sì, la terrazza di Carmelina somiglia un po’ a un chiosco, a un chiringuito. È perfetta per un evento o per celebrare una ricorrenza”, aggiunge l’intrepido Nanni, presentando il nuovo spazio en plein air del locale di via Revel (al quale si aggiungono l’insegna milanese di via Cadore e quella bresciana di via Calini). “Ho voluto creare Carmelina per poter vivere la Costiera quotidianamente”, commenta Arbellini. “Si tratta di un posto semplice e autentico. Una vera trattoria di Costiera”. E intanto mostra un cartello stradale che indica i chilometri di distanza che separano Milano da Tramonti (811), Furore (815), Maiori (817), Ravello (818), Minori (822) e Atrani (830). Mentre Carmelina promette (e assicura) la Costiera Amalfitana a chilometro zero. Fra polpettine di melanzane, fiori di zucca ripieni di ricotta di bufala, bruschette, mozzarelle in carrozza, nonché crocchette di mare. Anzi, “crocchette de salmon”, come ama ribadire Nanni, prendendo spunto dalle croquetas de jamón. E ancora gli spaghetti alla Nerano o con le vongole veraci e il pane croccante aromatizzato; i paccheri alla positanese e la calamarata partenopea; i calamari ripieni e le polpette di manzo al sugo. Il tutto firmato dallo chef Pasquale Balbi. E le pizze? Ci sono. E fra loro spicca la Capri, con salsa di pomodorini gialli, burrata, tarallo sbriciolato, olive, basilico e olio extravergine. Senza dimenticare la torta caprese e la delizia al limone. In abbinata? Fiano, Falanghina e Greco. Oppure un autorevole Aglianico come La Capranera della maison cilentana San Salvatore 1988. 

     

    “Da buon partenopeo ho sempre sognato di aprire una trattoria che si chiamasse con il nome di mia madre e a Milano mancava un posticino dove sentirsi un po’ come in Costiera, gustando i piatti tipici della cucina campana a cui sono molto legato. Del resto è il territorio dove sono nato a cresciuto, un luogo del cuore e dell’anima in cui torno sempre volentieri per ritemprarmi e riconnettermi con le mie radici, soprattutto nella zona di Nerano: una piccola perla, situata in posizione unica sul mare cristallino, con le sue incantevoli spiagge, la sua natura lussureggiante e i suoi ristoranti di cucina locale, autentica e verace”, confessa Nanni Arbellini.  

    Atmosfere e cibi intensamente bavaresi nei locali Löwengrube

     

    Tuffo in Baviera nella bierstube Löwengrube

    Il suo sogno nel cassetto? Aprire una birreria proprio là, dove il sogno prese vita: in quella via Löwengrube di Monaco di Baviera dove nacque la prima birra Löwenbräu e dove lui, Pietro Nicastro, trasse ispirazione per una spumeggiante avventura imprenditoriale. Insieme a quella che era la sua compagna (e che è ancora socia) Monica Fantoni. Sì, galeotto fu un viaggio in Baviera. E il colpo di fulmine fu tutto per la beer experience tipica dei locali bavaresi, complici ambienti gioiosi, costumi tradizionali, musica folk, valori conviviali. Fatto sta che Pietro - classe 1975 e originario di Gela - decise coraggiosamente di importare il format in Italia. Anzi, in una Toscana tutto vino e chianina: precisamente a Limite sull’Arno, tra le colline del Montalbano, lungo il corso dell’Arno e a pochi chilometri da Firenze. Il primo Löwengrube aprì così i battenti, anno Domini 2005. “Ora contiamo 31 locali, suddivisi in stube, veri e propri ristoranti-birrerie; klein, adatti a centri commerciali, gallerie, stazioni e aeroporti; e wagen, carrozze dedicate allo street food bavarese. Perché la nostra mission è essere il più possibile trasversali, rispondendo ai diversi segmenti di mercato. E stiamo per aprire a Bologna e a Rimini”, continua Nicastro, seduto su uno sgabello, all’ingresso della new Löwengrube di viale Lazio 4, a Milano (in zona Porta Romana). “Questo, come quello di Limite sull’Arno, però non è in franchising. È a nostra diretta conduzione”, precisa il patron. Guidando alla scoperta di un’autentica bierstube bavarese, nutrita dal legno e suddivisa in un’area più adatta ai gruppi, uno spazio ideale per le coppie e in una sala family oriented, con tanto di kinder zone in stile Montessori. Segni particolari? I ragazzi della brigata indossano i classici lederhosen, mentre le ragazze il dirndl. “Gli abiti ce li fa un sarto fiorentino. E sempre un artista toscano ha creato l’opera appesa all'entrata. Che raffigura il passaggio di mano dal monaco al leone. Fuor di metafora, dal Kapuziner Platz che vi era in precedenza al nostro Löwengrube”, fa notare Pietro. Orgoglioso di un locale dove è sempre festa. Anzi, Oktoberfest. Grazie a brezel, wüstel, stinco e speck (made in Alto Adige). E ancora spätzle, salsicce, patate e crauti rossi. Non solo. Per l’estate c’è pure il Sommer Pulled Pork, in gustose varianti, nonché i freschi Löwen Beer Cocktail. Intanto la birra, o meglio le birre, restano invariate: Löwenbräu, Spaten e Franziskaner. Servite nel tulipano (per la weiss) e nel boccale masskrug (per il litro). Spillate alla tedesca, a ritmo di tre colpi, in sette minuti. Un metodo che permette di eliminare l’anidride carbonica in eccesso, mantenendo il cappello di schiuma, utile a conservare aroma, leggerezza e fragranza. Per sentirsi davvero a 492 chilometri di distanza.      

    T: Cristina Viggè

    26-07-2023

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