Modernità enologica

    Contemporary Custoza

    Tra Verona e il Lago di Garda alla scoperta di un bianco dall’anima spigliata, empatica e contemporanea. Figlio di un terroir variegato e frutto di un blend dinamico, in cui dialogano più uve autoctone (e non solo). Un vino libero e democratico, pronto a farsi portavoce di valori come l’inclusione e la diversità

    “Concedere maggiore libertà espressiva è un atteggiamento moderno”, dichiara un esperto sommelier e consulente strategico come Costantino Gabardi. Se poi a farlo è un vino significa che dietro a quel vino ci sono un pensiero lungimirante e visionario, un territorio ospitale e un consorzio di tutela capace di guardare oltre. Con coraggio e determinazione. Accade per il Custoza, vino a denominazione di origine controllata - riconosciuta nel 1971 - che fa riferimento a un’area vitivinicola ben precisa: posizionata fra la città di Verona e la riva sud-orientale del Lago di Garda, nonché tra i fiumi Adige e Mincio. Inanellando ben nove comuni: Sommacampagna (di cui Custoza è frazione), Valeggio sul Mincio, Villafranca di Verona, Pastrengo, Peschiera del Garda, Lazise, Sona, Bussolengo e Castelnuovo. “Siamo fieri del nostro territorio e fedeli al nostro territorio. Perché fare vino per noi è una vera fortuna”, afferma orgogliosa Roberta Bricolo, alla guida della maison Gorgo e presidente del consorzio di tutela, fondato nel 1972. Un consorzio che ha tutti i numeri per essere vincente: 1.400 ettari vitati, 480 viticoltori, 110 aziende imbottigliatrici, di cui 72 vinificatrici, e 11 milioni di bottiglie (in media) annue. “Da noi abbiamo aziende di differenti dimensioni. Piccolissime, piccole, medie e grandi. Incluse due cooperative sociali come le Cantine di Verona e Vitevis”, puntualizza madame Bricolo. Facendo focus sul prezioso valore della diversità. E della sostenibilità, visto che oltre il 25% delle realtà possono contare sulla certificazione biologica, SQNPI o Biodiversity Friend.

    Il paesaggi calmi e dolci delle Terre del Custoza, fra Verona e il Lago di Garda

     

    Un terroir accogliente

    Qui la vite c’è, praticamente da sempre. Basti pensare che sono stati ritrovati vinaccioli di vitis sylvestris risalenti al periodo palafitticolo. Mentre bisogna attendere l’epoca romana per attestarne la coltivazione e l’era medioevale per consolidarne la vocazione. “Del resto, quello del Custoza è un distretto felice, percorso dal 45esimo parallelo. La posizione perfetta per l’insolazione della pianta di vite”, precisa Gabardi. Ma non finisce certo qui. “Si tratta di colline moreniche. Colline dolci, né erte né alte. Colline morbide, figlie dei depositi lasciati dal ritirarsi dei ghiacciai che poi formarono il Lago di Garda. Il che significa un suolo estremamente variegato. Un substrato calcareo che accoglie anche ciottoli e pietre levigate. Che assicurano un drenaggio naturale, donando assoluta finezza al vino”. Una sorta di caos calmo, in cui si mescolano ghiaia, sassi e sabbia. E anche il clima è un piacevole mélange, che assomma quello tipico continentale (verso la pianura) e quello mediterraneo (del Garda). Con inverni freddi (ma non troppo) ed estati calde (ma non eccessivamente). E con piogge concentrate nei periodi autunnali e primaverili. E poi? C’è lui, il Monte Baldo, che con i suoi duemila metri (e la vetta a lungo innevata) fa da regolatore termico, proteggendo dal vento forte, ma pure garantendo la corretta quantità di brezza. “È come avere una bella casa con in più l’aria condizionata”, commenta Costantino.

    Alcuni momenti della Festa del Nodo d'Amore, a Borghetto di Valeggio sul Mincio

     

    Art of blending: un messaggio di inclusione

    Una zona vocata ai vini bianchi quella di Custoza. Anzi, a un bianco dalla grande personalità e dalla forte identità, ambasciatore di valori moderni quali inclusione, interazione, integrazione, connessione, condivisione. Certo, perché il disciplinare vuole che il Custoza debba essere composto per il 70% da almeno tre di queste quattro uve autoctone: garganega, trebbiano, trebbianello (biotipo del friulano) e bianca Fernanda (clone local del cortese). Con una clausola aggiuntiva: ciascuna di esse non deve superare il 45%. Per un contemporary blend capace di valorizzare le singole peculiarità dei vitigni, ma al tempo stesso di farli dialogare fra loro. Esattamente come in un quadro fanno le pennellate di colore. “Tra l’altro si tratta di uve raccolte in tre tempi differenti. Una vendemmia precoce per il trebbianello, tardiva per la garganega, intermedia per trebbiano e bianca Fernanda. E grazie a questi tre tempi la certezza è quella di portare a casa sempre qualcosa”, spiega Gabardi. “Inoltre diciamolo: il vitigno in purezza è solo un retaggio degli anni Novanta. Ma non solo. Come possiamo pensare che un territorio così accogliente possa dar voce a un solo vitigno?”. Infatti, ammessi nel disciplinare sono pure chardonnay, riesling (italico e renano), malvasia di Candia, pinot banco e Incrocio Manzoni. Quel che risulta è un vino attuale e contemporaneo, inclusivo e corale, dal carattere scattante, minerale, sapido, succoso, energico e croccante. "Crispy", come dice Gabardi. Per capire basta assaggiare il Val dei Molini della Cantina di Custoza e il biologico San Michelin della cantina Gorgo. Entrambi annata 2022. Note aromatiche di tè verde, litchi e ortica nel primo; note floreali e fruttate nel secondo. Che vanta una tensione acida, un naso ricco e un sorso pieno. E che vanta pure una particolarità. Le uve infatti (garganega, bianca Fernanda, trebbiano e riesling) provengono da un singolo vigneto. Traduzione: un cru. 

     

    “Si può innovare per stravolgere. Oppure per restare quello che si è”, afferma Costantino Gabardi.

    Vigne, vini e borghi sorprendenti nelle Terre de Custoza

     

    White & Gold: gioventù e longevità

    Un’arte del blending che determina il profilo sensoriale del vino, incarnando uno dei punti cardine e di forza del Custoza. Ma non finisce qua. Un altro mantra della doc veronese recita white & gold, a sottolineare la longevità e il percorso evolutivo di un vino che da bianco, puro, giovane e fresco con il tempo vira su tonalità più complesse, mature e dorate. Lo si può già notare sorseggiando il millesimo 2020 del Custoza Superiore Campo del Selese (che significa aia, in vernacolo locale) della cantina Albino Piona, in cui una parte della garganega fermenta in barili di rovere per poi essere unita alle altre varietà e sostare sulle fecce fini per almeno 12 mesi. Donando un “vino di volume, dalle note marcate di frutta e pepe bianco, che riempie la bocca senza peso”, come precisa Gabardi. Una pienezza e un’autorevolezza anche appartengono anche al Custoza Superiore 2020 La Guglia, firmata Tamburino Sardo, azienda - guidata da Stefano e Giuliano Fasoli - nata là, dove venne colpito l’eroico soldatino del Risorgimento, ritratto nel libro Cuore di Edmondo De Amicis. Poi, man mano che il Custoza Superiore si fa senior, sono gli accenni gold a prevalere. E a ribadire l’assoluta longevità del Custoza. Lo si comprende versando nel calice la super annata 2018 del Custoza Superiore di Villa Medici, ma pure l’ampio, speziato e ammandorlato millesimo 2015 di quell’Amedeo che rappresenta uno dei vessilli dell’azienda agricola Cavalchina. Inoltre, maturando, emergono le nuance fumé, i sentori di camino. Come accade per l’annata 2013 del Custoza Superiore Sanpietro targato Le Vigne di San Pietro, che trascorre sei mesi in tonneaux, prima di passare in bottiglia (e restarci per altrettanti mesi). E come succede pure per l’année 2011 di Cà del Magro dell’azienda agricola Monte del Frà. “È un vino incredibilmente preciso. Fresco, eppure con una grande potenzialità di invecchiamento. Lui ha una complessità espressiva che ricorda gli spirits. E ha pure un accenno di zafferano”, commenta Gabardi. Nessuna ruga insomma, solo splendore.   

     

    “Il contenitore conferisce al vino la stessa sensazione che si ha toccando quel materiale. Il legno dà grassezza, l’acciaio dona freddezza, il vetro leviga”, Costantino Gabardi docet.

    Altri momenti della Festa del Nodo d'Amore, fra personaggi in costume e delizie

     

    Un logo (e un video) per raccontare un luogo

    Concentra “c” e “s”. Evocando il nome del Custoza. Ma rammenta anche la forma degli acini e il profilo delle colline, viste dall’alto. E con il numero 50 vicino - a celebrare i cinquant’anni della doc - somiglia persino a un grappolo. “Ma il logo del consorzio di tutela si rifà anzitutto alle inferriate delle Arche Scaligere di Verona. Che è la nostra città di riferimento”, afferma la presidente Roberta Bricolo. Descrivendo un logo eclettico, dinamico, versatile, libero e aperto a diverse interpretazioni. Come il vino e il terroir che va a ritrarre. Così come vivace e vitale è il video istituzionale, griffato dal giovane videomaker Matteo Archondis. Che narra con spirito contemporaneo le poetiche e bucoliche Terre del Custoza. Da vivere in e-bike o a cavallo. Oppure a piedi. Per esempio percorrendo il circuito Cammina Custoza: un iter di 8 chilometri alla scoperta della biodiversità. Fra vigne e campi di mais, querceti e saliceti, boschi e ruscelli, la Valle dei Molini e il Tione. Un fiume di risorgiva, le cui sorgenti si trovano a Pastrengo. Il consiglio? Fermarsi, o addirittura soggiornare, al Casino di Caccia: nobile residenza di campagna con corredo di parco e ulivi secolari. All’orizzonte tanto c’è sempre lui, a far da faro e bussola: l’Ossario di Custoza, inaugurato nel 1879 su un ameno belvedere. A ricordo dei caduti (italiani e austriaci, insieme) nella prima e nella terza guerra d’indipendenza (1848 e 1866). Due storici capisaldi del Risorgimento italiano. 


    Il video istituzionale del Consorzio Tutela Vino Custoza

    A sinistra, il tortellino di Valeggio. Al centro, l'Ossario di Custoza. A destra, il vino Custoza

     

    Icone e iconemi

    Vigneti, uliveti e cipressi. Questi gli iconemi di un terroir multitasking, che non dimentica autentiche e autoctone leccornie. Come il broccoletto di Custoza (un Presidio Slow Food), le guancette di Sona brasate al Custoza, el riso maridà (col ragù), le sfogliatine di Villafranca (friabili, dalla foggia a ciambella e tanto apprezzate da Gabriele D’Annunzio) e lui, il tortellino più romantico al mondo: il Nodo d’Amore di Valeggio sul Mincio. Un prodotto talmente tipico d’aver conquistato la De.Co. ossia la denominazione comunale. Segni particolari? Quello di esser fatto rigorosamente a mano, uno ad uno. Figlio di una sfoglia sottile e delicata, fiera di celare un ripieno di carni brasate (manzo, maiale, vitello e durelli di pollo), per poi accogliere un condimento a base di burro fuso e salvia (e volendo una grattugiata di grana padano). Un agnolin democratico e aristocratico, eletto a massimo protagonista dalla Festa del Nodo d’Amore: di scena il terzo martedì di giugno, organizzata dall’Associazione Ristoratori Valeggio e nata nel 1993 per celebrare i seicento anni dalla costruzione del Ponte Visconteo, voluto da Gian Galeazzo Visconti, duca di Milano. Il tutto con leggenda a corredo: quella del coupe de foudre tra la ninfa Silvia e il giovane capitano Malco. Che, in ricordo del loro amore eterno, lasciarono un fazzoletto in seta, dorato e annodato, sulle sponde del Mincio. Una favola epicurea, ideata e illustrata dal maestro orafo Alberto Zucchetta. Della serie, quando lo storytelling supporta e rende onore a tradizione e filiera. Il risultato? Spettacolare: un magnificente banchetto, animato da figuranti in costume e fuochi d’artificio, allestito per oltre un chilometro lungo il ponte, sotto il cielo di Borghetto, frazione di Valeggio, nonché uno dei Borghi più Belli d’Italia. Tredici quintali i tortellini cucinati quest’anno, per un totale di 2.700 persone partecipanti. Per un’edizione da record: 700 tavoli (concatenati), 5.400 bicchieri, 11mila piatti in ceramica, 200 camerieri, 80 cuochi e 60 sommelier. E mille bottiglie di Custoza servite à la table.

    A due passi dalle Terre del Cuztoza, l'Hotel Veronesi La Torre miscela ospitalità e sostenibilità

     

    Soggiorno green

    Un monastero del Cinquecento sublimato in albergo, capace di miscelare - come un blend - memoria e attualità, affreschi e design, ruralità e tecnologia. Così è l’Hotel Veronesi La Torre, a Dossobuono, frazione di Villafranca (sì, la cittadina celebre per le sue fragranti sfogliatine), non lontano dalla stazione di Verona, dall’aeroporto Catullo e dalle Terre del Custoza. Un’antica residenza votata alla meditazione e trasformata - grazie a un accurato recupero architettonico in collaborazione con lo Studio Botturi - in un luogo di rigenerazione. In cui il vecchio e il nuovo coesistono. Facendo dialogare la torre merlata, il pozzo, la corte interna, i giardini, i mattoni rossi, le pietre bianche e le travi in legno con marmi di pregio e oggetti d’arredo griffati Philippe Starck, Man Ray, Zaha Hadid, Achille e Pier Giacomo Castiglioni, Marcel Breuer e Le Corbusier. Una gallery d’arte contemporanea, che anima gli ariosi spazi comuni, contaminando camere e suite. Dove i flaconcini di plastica monouso sono banditi per far spazio a una linea cortesia eco friendly by Falconieri (la struttura fa parte del Gruppo Calzedonia). Ma non solo. Qua e là spiccano distributori che erogano, gratuitamente e direttamente dalla rete idrica, acqua naturale e frizzante. Inoltre, innumerevoli servizi sono paperless, aka a impatto zero. Della serie, le directory cartacee in camera sono digitalizzate; gli accessi alle porte della spa (di 800 metri quadrati) e delle sale meeting sono garantiti attraverso un sistema keyless; e i QR code sostituiscono i menu al bar Corte 22 e al ristorante La Torre 22, guidato dallo chef Luca Basso. Ma sostenibilità significa anche sostenere un progetto virtuoso. Già dalla colazione. Dove fanno bella (e buona) mostra di sé le confetture by Gli Invasà, ad alto valore sociale. Anzitutto perché, con genialità e ironia, contrastano lo spreco, realizzate come sono con le eccedenze alimentari provenienti dalla grande distribuzione e da produttori locali (in primis frutta e verdura, scartate dal mercato perché non conformi alle regole estetiche). E poi perché nell’iter di lavorazione sono impiegati soggetti fragili e con disagi psichici. Il tutto grazie alla visionaria cooperativa sociale Panta Rei. Che insegna che tutto scorre, cambia, evolve. Basta guardare in maniera differente.

    T: Cristina Viggè

    13-07-2023

    © RIPRODUZIONE RISERVATA

     

    Pagina 5 di 13